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Corpo e cervello: chi pensa meglio?

28 Luglio 2015 439 0
E se la troppa concentrazione peggiorasse il risultato delle nostre performance? Pensateci bene, quando riflettiamo troppo su quello che dobbiamo fare spesso ci ritroviamo con un risultato che non era affatto quello sperato, ma che anzi ci delude. Perché? In alcuni casi la mente impedisce al corpo di usare altre forme di intelligenza. In altre situazioni il corpo può potenziare le abilità mentali meglio di qualsiasi sforzo cognitivo o atto di volontà.
Corpo e mente sono sempre molto collegati tra loro: ad esempio, fare 3 minuti di attività fisica dopo aver studiato un argomento per 20 minuti aumenta mediamente del 60% la quantità di elementi ricordati. La cosa interessante è che i tre minuti possono essere sia di attività intensa (fare le flessioni) ma anche moderata (camminare a ritmo sostenuto o comprimere una pallina di gomma).

Per approfondire il fenomeno, è stato proposto a un gruppo di 80 studenti universitari di cambiare le proprie abitudini e creare dei cicli di 17 minuti di studio e 3 di attività fisica. Dopo due ore veniva fatta una pausa di mezz’ora. Un gruppo di controllo di altri 80 studenti manteneva le proprie abitudini di studio (da 3 a 4 ore di studio consecutive). L’esperimento è durato tre mesi, al termine dei quali il gruppo sperimentale aveva migliorato la media dei voti scolastici, ridotto i tempi di studio e incrementato il senso di benessere (rilevato anche fisicamente con rilevamenti sul cortisolo salivare). Il gruppo di controllo aveva mantenuto tutte le caratteristiche nella media ma peggiorato (seppur mediamente nella norma) i livelli di cortisolo.

Ad esempio, i giocatori di sport che devono prevedere dove andrà la palla (tennis, calcio, basket, baseball, ecc.) riescono a farlo in modo molto più accurato se il loro corpo è in movimento. Se gli si chiede di farlo da seduti, senza essere coinvolti, quindi in teoria con molte più risorse cognitive a disposizione, l’accuratezza delle predizioni diminuisce. Il movimento del corpo avviene intuitivamente, ma ha una specifica funzione: rendere costante la velocità della palla nel proprio campo visivo. È come se il corpo sapesse che in questo modo rende meno complesso il fenomeno da studiare e rende possibile una valutazione più accurata. Potrebbe sembrare una capacità utile solo in ambito sportivo, ma provate a pensare che cosa succede quando siamo alla guida di una macchina o della bicicletta: facciamo continuamente previsioni sui movimenti degli altri mezzi, dei passanti, sullo spazio di frenata.

Osservare i movimenti di un’altra persona attiva alcuni neuroni motori anche nell’osservatore, proprio come se il movimento dovesse farlo lui (per questo sono stati chiamati neuroni specchio). Si tratta di un meccanismo evolutivo che favorisce l’apprendimento in modo significativo. Ci sono tre implicazioni interessanti:
  1. i neuroni specchio tendono a farci riprodurre atti motori simili a quelli che osserviamo, per questo è importante – nel limite del possibile – osservare persone che svolgono il gesto nel modo più corretto possibile, prima che diventi un automatismo acquisito.
  2. si attivano in modo più intenso se la persona osservata è stimata edemotivamente connessa con l’osservatore. Insomma possiamo far vedere il gesto perfetto mille volte, ma se non c’è un buon rapporto l’effetto sarà minimo. Anche in questo caso ricordiamoci che i gesti sono in qualsiasi attività, non solo nello sport: dall’articolazione di un suono in logopedia o nel canto, al gesto della scrittura nella disgrafia fino agli aggiustamenti muscolari che governano la postura.
  3. la componente strettamente relazionale di questo fenomeno. Prevedere i movimenti altrui serve infatti anche a decifrarne l’intenzionalità. È facile capire questa correlazione se si torna alla sua origine nel mondo dei mammiferi: il fatto che l’altro si avvicini o si allontani, che il movimento della zampa o della testa possa terminare con un’aggressione o un atto di cura implica la differenza tra la vita e la morte.

Ci avete mai pensato? Provate a farci caso nei piccoli gesti quotidiani (studio, allenamento, etc.) e fatemi sapere cosa notate: pensa meglio il vostro corpo o il vostro cervello? Francesco
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